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Reviews

Turbomatt

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Review “Only Mountains Are Real” on recyclablesounds

Пауэр-трио TURBOMATT из местечка Фано-Абриано в регионе Абруццо – еще одна итальянская хэви-рок группа, предпочитающая инструментальные формы самовыражения и испытывающая большой пиетет к итальянскому кинематографу 50-80х. Организовали ее в 2007 году Eugenio Di Giacomantonio (он же Turbo Ex, гитары), Francesco Regimenti (он же Turbo Fra, бас) и Marco Verani (он же Turbo Mark, барабаны). С той поры TURBOMATT выпустили полноформаты “Turbomatt” (2009), “Own Demon” (2010), “Soul Elevation” (2012) и миньон “White Tape / Black Tape” (2014). А в первых числах марта представили публике свой четвертый альбом “Only Mountains Are Real”: 8 треков, 50 минут звучания. Релиз осуществлен собственными силами в формате малотиражного CD-R.

Материал записан осенью прошлого года, на однодневной сессии в студии звукоинженера Davide Grotta, который на одной из композиции исполнил партию на терменвоксе. Новых номеров всего 4, прочие же композиции – прошлогодние, в иной версии публиковавшиеся на миньоне “White Tape / Black Tape”.Не знаю уж, слышал ли читатель записи TURBOMATT прежде… выскажу частное мнение – все работы группы друг на друга очень похожи. “Only Mountains Are Real” – не исключение. Трио продолжает играть инструментальный психоделик-рок с ощутимым влиянием инструментального «битнического» рок-н-ролла и серфа рубежа 50-60х годов (Duane Eddy, The Ventures, The Fabulous Wailers, Dick Dale), хрестоматийного гараж-рока середины 60-х (The Sonics, The Count Five, The Seeds, The Nuggets и др.) и стоунер-дезерт-рока начала 90-х (сами участники уверены, что их музыка вполне соотносится с той, что производили Brant Bjork, Yawning Man, Unida, Ché, Fatso Jetson, 35007 и т.п.). По меркам нынешних стандартов хэви- и нео-психо сцены музыка TURBOMATT звучит вполне безобидно, позитивно, местами даже симпатично, но, на мой вкус, несколько однообразно. Дело вовсе не в отсутствии вокала – а вот нарочито грубоватая механистичность ритм-бита, жужжащая репетитивность гитарных ходов и предсказуемый схематизм построений несколько утомляют. Послушайте, например, почти 16-минутную заключительную пьесу “Nosferatu” – играли долго, а образ выбранного объекта создали какой-то невнятный и невыразительный… Впрочем, послушайте сами.

Слушать/скачивать на Bandcamp | TURBOMATT на Facebook

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Review “Only Mountains Are Real” on The Temple

From St. Marcello Hill, along the Vomano Valley in Italy, Turbomatt arrives at full steam.
Created around 2009 by “Turbo” Mark (drums), “Turbo” Fra (bass), “Turbo” Ex (guitar) in Fano Adriano, they produce wonderful and cinematic desert rock instrumentals inspired by the legendary Yawning Man, Unida, Ché and Fatso Jetson.

Only Mountains Are Real, their fourth LP, was recorded last October at “La Maison Electrique” by Davide Grotta and self-released by the band yesterday. Comprised of 8 tracks clocking in just under the 50 minutes mark, it´s an welcoming heat wave of psych rock during this last cold days of Winter.

As the wind starts to pick up, we are immediately wandering through desert soundscapes with a tight rhythmic section and a sassy guitar, oscillating between slow and steady contemplative tunes to fast and loose drifty tracks as they climb up and down the mountains.
The trio radiates while thick bass lines and the sparkly drums glow, locked in hypnotic kraut grooves, as arid riffs and warm fuzzy licks lead the way and set the mood. Stellar guitar work shifting between spacey and garage stages like if we were stargazing with Gary Arce or speeding in a mustang with
Mario Lalli behind the wheel… That whole classic Palm Desert vibe that so many fail miserably to emulate, Turbomatt refreshingly succeeds!

A fantastic record, overall, very well capable of establishing the band in this overpopulated scene… they certainly have my attention from now on!

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Review “Only Mountains Are Real” on Disco Volante
ITA
Il rock desertico dei Turbomatt libera la mente. Rilassa i muscoli. Scioglie la tensione. È una medicina naturale, probabilmente a base di qualche droga leggera. Ha l’andamento un pò indolente, lo spirito sereno e il lieve rallentamento percettivo di chi ha appena fumato. Con Only Mountains are Real la band abruzzese si lascia andare a brani strumentali privi di qualsiasi ridondanza, ridotti all’osso fino a suonare lo-fi. Sembra di vedere J Mascis all’inizio della sua carriera (quando la sua band si chiamava ancora Dinosaur, senza Jr.), intento a jammare con gli Yawning Man nello sconfinato altopiano di Campo Imperatore. Se a tratti le composizioni possono risultare poco fluide, è però innegabile il fascino delle atmosfere, vagamente psichedeliche e polverose. C’è il senso di libertà dei cavalli allo stato brado nello stoner rumoroso e ondulante di Sidecar, Kerosenee della title track. Così come c’è la pace dei tramonti al cospetto del Gran Sasso in Kublai Khan. O il fuoco acceso nella notte nell’ipnotica e sciamanica Nosferatu. Un disco tutto da fumare. [R.T.]
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ENG
Turbomatt desertic rock releases the mind. It relaxes muscles. It dissolves tension. It is a natural medicine, probably composed by some soft drug. It owns the lazy gait, the serene spirit and the slight perceptive slowdown of whom has just smoked. In Only Mountains are Real the band from Abruzzo dedicates itself to instrumental songs bare of every sort of redundancy, so much essential to sound lo-fi. It seems to see J Mascis at the beginning of his career (when his band was still called Dinosaur, without Jr.) playing a jam with Yawning Man in the Campo Imperatore boundless plateau. If at times songs can lack of a bit of fluidity, yet it is undeniable the fascination of the atmospheres – vaguely psychedelic and dusty. There is the sense of freedom of the wild horses in the noisy and undulant stoner rock of Sidecar,Kerosene and the title track. As there is the peace of sunsets in sight of Gran Sasso in Kublai Khan. Or the fire burning in the night in the hypnotic and shamanic Nosferatu. An album to be smoked. [R.T.]

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Review “Turbomatt” on Perkele

Boogie’n’roll selvaggio, rilassanti atmosfere lounge psych, beat elegante e garage grezzo. Con rimandi cinematografici che vanno da King Kong a Freaks e Georges Méliès. Questi sono i Turbomatt, trio strumentale che suona come un gruppo punk con la testa negli anni 20. Fano Adriano è la base, laghi profondi e deserti sconfinati la meta. Basta una chitarra, quella scarna ed essenziale di Turbo Ex. Poco fumo e molta sostanza, i riff giusti al punto giusto, solo il wah wah per dare profondità ed emozione. Il basso di Turbo Fra è un’altra arma vincente, carico com’è di groove e passione, degno compare della batteria precisa e ‘stilosa’ di Turbo Mark.
Disco di debutto autoprodotto composto da dieci pezzi che sono l’attraversata dello spazio profondo. Dalle atmosfere stile Yawning Man e Ché di “United” e “Springfield” si passa con agilità ad episodi boogie diretti e aspri come “Surf Maniacs” e “Boogie Woogie”. “Black Vein” è un gioiello di cupa e oscura lucentezza, “Turbomatt” e “Sleep Red Wine” suonano come tutto ciò che ha circumnavigato l’universo Kyuss, dai lavori solisti di Brant Bjork ai Ten East di Gary Arce, Mario Lalli e Scott Reeder. Il piacere della jam e la materializzazione di dune che si perdono in un cielo blu cobalto. “Deep End” tende verso la psichedelia heavy con riff e svisate acide che rapiscono sin dal primo ascolto; “Astroman” lambisce lo stoner con il suo incedere ipnotico e le sue meravigliose aperture aggressive; la conclusiva “Baby”, con tanto di traccia nascosta, è il temporale estivo che ricarica l’animo di malinconia.
Da Ex e Mahatma a Turbomatt il passo è breve. E ha la forma bizzarra di una macchina del tempo, di una buccia di banana sulla quale scivolare, di una torta in faccia, di Arjumand Banu che danza sensuale ed erotica tra i suoi serpenti. Solo per oggi, in bianco e nero, per la prima volta al cinematografo.
Alessandro Zoppo

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Review “Own Demon” on Perkele

Turbo Mark on drums, Turbo Fra on bass, Turbo Ex on guitar. Turbomatt. Ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la psichedelia. Stavolta niente maniaci del surf né sonni da vino rosso. È il demone interiore, “Own Demom”, il vero protagonista del secondo disco del gruppo abruzzese, fuori dopo il debutto omonimo del 2009. L’impasto sonoro è come sempre dei migliori: psych rock che va a braccetto con il boogie’n’roll, garage fosco e plumbeo che si tinge di stoner e minimalismo. Suoni pieni e al tempo stesso scarnificati, perché l’assioma base è identico a sé stesso, è l’eterno ritorno: far fluire la musica per quello che è.
Ecco allora i consueti giri melanconici e sognanti (l’inno alle MILF e alle big boobs di “Squirt Queen”, la voluttuosa title track, la dissacrante “Saint’s Bones”), i riff cattivi che ti restano marchiati a fuoco nel cervello (“SC”). Momenti stranianti, cibernetici e piuttosto cupi (il wah wah ossessivo di “1976” ha tutto un suo perché, come il loop magnetico di “Autoclone”), assolati stati morriconiani fusi con delizie tex mex (“Shelbiville”, la bellissima e iper acida “Borrelli’s Mule”). La psichedelia non deve mai mancare da tavola, ci pensano quindi “Wind Meadow” e “Sweet Return” (con tanto di “freaks” in appendice) a donarci la doverosa dote di dilatazione e mestizia. Quella malinconia pura, sana, che fa esplodere con necessità il nostro ego.
Un bastimento carico per chi si ciba di Yawning Man, Ché e Ten East. Tutti gli altri potranno scoprire un magnifico universo in bianco e nero, tanto retrò ed eccitante da lasciare a bocca aperta. E occhi chiusi naturalmente, per guardarsi indietro e generare nuova carne.
Alessandro Zoppo

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Review “Soul Elevation” on Dagheisha.com

Il gruppo abruzzese propone da cinque anni un desert rock strumentale dotato di grande magnetismo cinematico ed il presente album è senza dubbio più competitivo rispetto ai suoi predecessori. Non è soltanto una questione di suoni perché probabilmente Turbo Ex, Turbo Fra e Turbo Mark farebbero “casino” anche con un paio di amplificatori scassati ed una batteria di seconda mano. Il fatto è che per la prima volta tutte le influenze dei tre musicisti vengono fuori senza che le canzoni debbano necessariamente seguire una direzione precisa.

L’imprevedibilità è la qualità maggiore di passaggi quali ‘Panic Youth’, ‘Coloured Nurse’ e ‘Velvet Leaf’ che rappresentano alla grande l’incrocio tra elementi garage e boogie e strutture psichedeliche più organizzate di chiara ispirazione pinkfloydiana. ‘FunkAss’ e ‘Massive’ confermano le buone impressioni iniziali ed in definitiva i momenti di stanca sono ridotti al minimo. Visto che il disco è disponibile in download gratuito vi consiglio di ascoltarlo ma se come penso rimarrete sorpresi dall’attitudine “americana” dei ragazzi non trascurate di principio l’edizione fisica limitata a trecentocinquanta copie.

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Review “Soul Elevation” on Stereoinvaders

I Turbomatt sono abruzzesi e giungono al loro terzo lavoro (che mettono a disposizione in download gratuito), dopo “Turbomatt” del 2009 e “Own Demon” del 2010. I nostri propongono un sound desertico e stralunato, totalmente strumentale (se si eccettuano sample vocali che fungono comunque da elemento “atmosferico”), che pesca tanto dallo stoner quanto dai Pink Floyd, dalla psichedelia come dal rock alternativo, dal noise (“Panic Youth” ha nel titolo un’assonanza fin troppo chiara) e dal post punk, creando una mistura tutto sommato abbastanza peculiare.

Un sound basico, primitivo, lineare, un po’ schematico per quanto riguarda le partiture della batteria, che riesce nell’obbiettivo di far librare l’immaginazione verso mondi inesplorati, ma che sconta anche una certa ripetitività e prevedibilità, una volta afferrato “lo stile” della band. L’ascolto è piacevole, però non si rimane poi troppo sorpresi dalle architetture tessutre dagli strumenti dei “turbo-musicisti”, perché grossomodo si gira sempre intorno allo stesso schema, “lisergico” quanto si vuole. Non so, ma per qualche motivo i pur validi Turbomatt non hanno saputo meravigliarmi eccessivamente. L’offerta della loro musica è gradita ma rimane una colonna sonora distaccata, un sottofondo solo a tratti stimolante. Che sia solo l’assenza di una voce a mandarmi in corto circuito?

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Review “Own Demon” Stereoinvaders

Avete paura del demone che c’è in voi? Parlo di quel lato oscuro che si cela nel cuore e nell’animo e che tendiamo a non accettare in noi stessi. Qualcuno poi associa questo termine ad una passione, che ci può far sembrare folli, ma che non sempre significa per forza qualcosa di negativo. I Turbomatt provano a raccontarci ciò che palpita dentro di loro, e ci aggrada immaginare si parli di un amore che porti alla follia, più che ad un presentimento negativo. Seconda fatica discografica per il project made in Italy tutto Rock ‘n’ Roll e Old School.

Iride la loro che si tinge di livree Psychedelic, con una punta di Garage e Stoner, il tutto innalzato ad una divinità tanto adorata negli anni settanta e che rivive ora, sotto la conturbante energia dei Turbomatt. Onirico in molti passaggi, “Own Demon” è moto circolare di caleidoscopica natura, poliedricità che riscalda come sole nel deserto, cammino che diventa esso stesso miraggio. Il full-lenght in questione gode di una produzione più che buona, con una chitarra dalle distorsioni vibranti, molto retrò ma decisamente azzeccata per il contesto. Tutto pare evanescente e poi d’un tratto massiccio, pietanza disossata che ha però ancora un non so che di appetibile, dato dall’immaginazione e dai sentori che ancora emana. Complimenti sinceri, avanti così!

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Da Teramo il trio con la passione per i film senza sonoro
I Turbomatt a Roma:rock per il cinema muto
Venerdì 25 giugno al Sinister Noise musica strumentale e proiezioni dei classici del bianco e nero

Ad oggi la sperimentazione è l’unico modo per poter rinnovare continuamente ogni proposta artistica di valore. I Turbomatt di Teramo non solo propongono una musica originale e trascinante (che definiscono con l’etichetta articolata e bizzarra di “Psychedelic Dirty Roots Old School Trashy”) ma sanno anche guardare in avanti, seppur a modo loro: rivolgendosi al passato.
Il concerto di Venerdì 25 Giugno al Sinister Noise di Roma è stato una dimostrazione d’intenti per questo trio strumentale, che ha abbinato sferzate rock a proiezioni su schermo di estratti dai classici del cinema muto. Mentre la chitarra di Eugenio sfornava riff granitici e Francesco e Marco curavano la potente sezione ritmica, sullo schermo passavano immagini tratte dai capolavori di George Melies, da Frankenstein, da Metropolis, dai film di animazione in bianco e nero.
Il connubio dei Turbomatt con il cinema “primitivo” (evidente già a partire dalla locandina della serata, fino al loro Myspace e al loro sito internet) non è solo esteriore, ma fa parte di una suggestiva e articolata poetica. Il significante visivo fa da sfondo all’esibizione musicale, e, vicendevolmente, le note diventano colonna sonora moderna dei film in bianco e nero. Un vero e proprio corto circuito tra presente e passato, in cui le diverse influenze artistiche e cinematografiche si mescolano in un unico risultato espressivo: i brani del trio.
Influenze musicali come Black Sabbath, Grateful Dead, Sonic Youth e Kyuss si sono armonizzate con le sperimentazioni immaginifiche dei film muti nell’ora e mezza di concerto al Sinister Noise. Musica di oggi amplificata da Vox vintage e Trace Elliott d’annata, in un viaggio in avanti che riprende quanto lasciato indietro nella cinematografia novecentesca per esploderne in direzioni mutevoli il significato.
Con questo spirito i Turbomatt guardano ai prossimi mesi, in cui suoneranno dal vivo e in cui presenteranno il loro nuovo disco, forte di un’estetica assolutamente punk nell’abbattere le barriere culturali e intersecare le arti, gli stili, gli autori.
Un trio davvero al passo dei nostri tempi non più “moderni” ma di attraversamento, di contaminazione, di sperimentazione: dei “tempi postmoderni”.

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Interview on Stereoinvaders (08/21/2010)

Un demone forzuto come Mastrolindo e fumettoso come Kriminal volteggia minaccioso nei cieli, balzellando sulle note di un garage rock psichedelico e stoner. E gli unici in grado di catturarlo sono i Turbomatt da Fano Adriano (TE). Ecco perché, per garantire la pubblica sicurezza, abbiamo dovuto intervistarli.

– Ciao ragazzi, per prima cosa complimenti per i vostro album. Quali argomenti trattate in “Own Demon” e cosa stato per voi fonte di ispirazione?

– (Turbo Ex): Personalemente ho messo dentro tutti i demoni interiori che in quel periodo mi rendevano instabile, fragile e demotivato. Vederli poi fuori da me stesso, mi ha aiutato a prenderci confidenza e a materializzarli: mi sono diventati pure simpatici! La copertina rende molto bene l’idea di un demone sornione! Le influenze quindi sono state l’ansia, lo spettro della morte, un amore infelice, la paura di passare questa vita senza un appagamento interiore…

– (Turbo Fra): Diciamo che almeno i due terzi di noi hanno vissuto un periodo piuttosto conflittuale con quella che inizialmente era la nostra principale musa ispiratrice, che improvvisamente sembrava essercisi rivoltata contro facendo emergere inquietanti stati interiori piuttosto destabilizzanti. Attraverso il linguaggio musicale li abbiamo focalizzati, esorcizzati in modo anche autoironico e quindi cristallizzati nei dieci pezzi (più uno!) che compongono “Own Demon”. La musa, sebbene in forme meno accattivanti, Ë rimasta tale e continua a campeggiare sul nostro logo.

– Parlateci un poí di voi, come vi siete conosciuti e come nasce in voi l’amore per questo genere?

– (Turbo Ex): Siamo amici d’infanzia, condividiamo gli stessi ascolti e le stesse passioni (smoke & drinks!). E’ stato automatico e fisiologico mettersi insieme a jammare per esprimere i nostri stati d’animo. L’amore per la musica Rock nasce dalle cassette registrate nei metà ottanta da Berardino, un idolo del nostro paese! Aveva, purtroppo è morto prematuramente, dei dischi fighissimi che ci ha passato e da lì è nato tutto.

– (Turbo Fra): Il progetto ha preso forma concreta nel momento in cui Turbo Mark si è messo in testa di iniziare a suonare la batteria, integrando e dando così sostanza alle jam assai minimali ed alcooliche, fatte solo di chitarra e basso, in cui ci rifugiavamo per sfuggire alla routine del paese. Il nostro progetto musicale, ancor prima di iniziare ufficialmente, si è venuto nutrendo di serate trascorse nei nostri garage, davanti al camino ad ascoltare e commentare i dischi che ci passava Berardino (per gli amici Baby) tra una fumata, qualche bicchiere di vino rosso ed una jammata sgangherata, senza mai prendersi troppo sul serio! Elementi primordiali e veraci che poi si riflettono sul nostro sound.

– Se doveste autodefinirvi, quali aggettivi usereste?

– (Turbo Fra): Tre panzoni buontemponi (non sono aggettivi ma fa lo stesso!)

– (Turbo Ex): Citando i Blonde Redhead, Futurism Vs Passeism!

– Mi è piaciuta la copertina del vostro lavoro. Cosa rappresenta per voi? In qualche modo lího letta come passione per la musica, che diventa una sorta di energia e forza che scaturisce da voi. Ho clamorosamente toppato?

– (Turbo Ex): No, no! Ci Hai preso in pieno! E’, come ti dicevo prima, il demone interiore che, passato nell’espressione della materia musicale, si manifesta con un strano sorriso in volto… Attenzione a non farlo incazzare che diventa pericoloso!

– (Turbo Fra:) Per la copertina dobbiamo ringraziare il grande MKLANE che ha interpretato perfettamente il senso del disco. La lettura che ne hai fatto dimostra ancora di più che ci ha colto in pieno!

– Perché avete scelto il moniker Turbomatt?

– (Turbo Ex): Siamo matti col Turbo!

– (Turbo Fra): E poi suona bello secco e diretto.

– In cosa pensate di poter ancora crescere, musicalmente parlando?

– (Turbo Fra): Probabilmente dovremmo cercare di evitare le impennate ed i cali di gradazione alcoolica prima dei live, spesso si ripercuotono negativamente sulla qualità dell’esecuzione che, in una musica minimale come la nostra, risulta assai decisiva in termini di groove. Per il resto non occorre che ci imponiamo nulla, tutto vien da sé e segue il corso naturale della nostra sensibilità.

– (Turbo Ex): Stiamo crescendo come scrittura. I nuovi brani hanno un climax ancora più cinematico e si è ampliato ancora di più il respiro di ogni singola composizione. Basta che non ci diciate più che abbiamo bisogno di un cantante, ogni singola critica è bene accetta! 😀

– Pensate che lo Stoner e il Rock, abbiano in Italia sufficiente attenzione? Capita spesso, di vedere molte valide band che hanno poca visibilità, soprattutto in sede live. Cosa ne pensate?

– (Turbo Ex): L’Italia ha vissuto un ottimo periodo, in fatto di qualità, nella prima parte del decennio scorso con formazioni come Hogwash, That’s All Folks!, Acajou e molti altri. Ora la scena è aumentata e, con essa, l’attenzione di alcuni portali specifici (Perkele, Noize Italia e lo stesso Stereo Invaders) ma siamo ancora lontani dal vedere concerti e dati di espansione tali da far presumere una uscita mainstream del fenomeno. Questo è un vero peccato perché le qualità ci sarebbero tutte.

– (Turbo Fra): Personalmente ritengo che, a differenza di altri rami del rock, lo stoner e la psichedelia pesante siano riusciti a ritagliarsi uno spazio importante all’interno dell’underground italiano. Praticamente ogni regione italiana è dotata di buoni gruppi che, grazie al supporto e all’attenzione di siti tipo il vostro, sono riusciti a creare un circuito musicale e culturale dotato di un forte senso d’appartenenza, paragonabile forse soltanto al movimento punk hardcore. Ne sono testimonianza la proliferazione di numerosi appuntamenti fissi per i patiti, dallo Stoned Hand of Doom di Roma al Tube Cult di Pescara, dallo Sweet Leaf di Benevento al Barone del Male fest di Perugia, fino al Duna Jam sardo. Ovviamente siamo sempre ben piantati nell’ungerground più putrido, ma del resto in Italia l’alternativa sarebbe essere milionari ed andare su Mtv, non c’è una via di mezzo!

– Progetti per il futuro? Ci sono già nuovi brani in cantiere? Grazie mille per la disponibilità, un saluto da Stereo Invaders.

– (Turbo Fra): Riuscire a tirare fuori un nuovo disco entro la fine del 2011, e poi uno nuovo per ogni anno a seguire! Sempre rigorosamente in free download!

– (Turbo Ex): Grazie a voi per l’attenzione dimostrataci e per la professionalità delle vostre domande! Si vede che fate tutto ciò con passione e questo è il miglior riconoscimento per chi ha una band e suona in giro, sbattendosi da una parte all’altra della penisola senza pensare a guadagni, visibilità o stronzate simili! Rock on!

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Radio Interview on Radio Città Benevento

Mercoledì 14 novembre on air il radio show di Donato Zoppo: Lowlands, Turbomatt e Fabrizio Galvagni gli ospiti dell’ottava puntata, sulle frequenze di Radio Città BN
Rock City Nights n. 8 presenta: WEDNESDAY ROCK!

Mercoledì 14 novembre 2012 alle ore 21.30 (con replica giovedì 15 alle 20.00) torna in onda ROCK CITY NIGHTS, il rock radio-show condotto da Donato Zoppo sulle frequenze di Radio Città BN – 95.800 Mhz in RDS Stereo.

La rubrica del mercoledì si chiama Wednesday Rock e ospita due nomi del rock italiano e uno scrittore: per l’occasione ai microfoni di RCN ci saranno Lowlands, Turbomatt, inoltre Fabrizio Galvagni presenterà il suo nuovo libro Dante e l’armonia delle sfere. La Commedia, il rock progressivo e altri percorsi (Vololibero Edizioni). Appuntamento on air alle 21.30, in FM, audio e video streaming.

RCN 8 – Wednesday Rock playlist:

LOWLANDS – Waltz in time
(da Beyond, 2012)

LOWLANDS – Hail Hail
(da Beyond, 2012)

MANTRIC MUSE – Cinope
(da Mantric Muse, 2012)

I COMPAGNI DI MERENGUE – Il mio guru
(da Italian Brega, 2012)

TURBOMATT – Kong Ché
(da Soul elevation, 2012)

TURBOMATT – FunkAss
(da Soul elevation, 2012)

AZIZA BRAHIM & GULILI MANKOO – Hamid Rabi
(da Mabruk, 2012)

MAMAVEGAS – Mean and proud (Beauty)
(da Mean & Proud – The Beauty Ep, 2012)

ALPHATAURUS – Progressiva-mente
(da Attosecondo, 2012)

Appuntamento alle 21.30 (replica il giorno successivo alle 20.00)
sulle frequenze di Radio Città BN (95.800 MHZ).

Audio e video streaming su:
http://www.ustream.tv/channel/radio-city-planet

Per intervenire in diretta:
Sms: 329/2171661
Telefono: 0824/313673
Messaggi in diretta: www.radiocitta.net

E-mail:
rcnights@gmail.com
radiocitta@gmail.com

Radio Città Communication
Via Fragola 7
82100 Benevento

 

 

Ex

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Review “Abuse” on Angrychairs Redux!

Abuse, the fourth full length effort by Italian instrumental heavy psych hypno band Ex, marks a great leap forward in the evolution of their sound. What initially was characterized as “simply” psychedelic or acid rock has now developed to some kind of cinematic desert hypno sound where the band no longer is afraid to use gloomy and intense harmonies.
Eugenio Di Giacomantonio is the man behind the band. Ex went into the studio during 2010-2011 with the intention to do a recording of nine songs he had written since the release of his last same title album. It later turned out that a whole year would pass before he returned to the world outside with what people have heard Ex himself describes as his «Ennio Morricone scores meet Yawning Man». Ex played all guitars, basses, organ, violin and samples; drums and some bass lines were played by friends and special guests. As hard record as it is do describe, as easy it is to love. Enjoy the sonic monstruo!

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Review “Cassiopea” on Rock e Dintorni

Il modulo spaziale vaga nella galassia alimentato dai cinquanta minuti di cassiopea, costellazione i cui gas e polveri sono veicolati dai riff del collettivo Ex, dalle atmosfere spaziali e dilatate da l’uso della batteria, stazione orbitante che detta i tempo al traffico delle sensazioni e delle manifestazioni che attraversano la mente, nell’oscurità del cosmo. Sembra più l’inizio di una relazione di Margherita Hack che una recensione su un disco di space-psych-stoner rock, eppure questo lavoro riesce a muoversi in tutte le dimensioni, compresa la quarta: quella temporale. Inizia il viaggio fluttuante tra i pensieri e le melodie, tra i giri di basso tipici di karma to burn e Colour Haze, tra i kyuss più desertici figli degli shamani Bjork e Garcia, dalle nuotate liquide dei 35007 allo sgretolamento di ogni certezza. Nel sistema solare degli Ex esiste una sola regola, o meglio un solo quesito: tutto è veramente ciò che sembra? La grande abilità risiede nella manipolare i suoni e proiettarvi in una corsa sfrenata e senza fermate, il cui capolinea è l’abisso delle vostre coscienze. Volete fare un trip lisergico, stratosferico, acido? Gli Ex fanno per voi, nelle loro canzoni interamente strumentali (e per questo dico che il paragone con i Karma to Burn non sfigura) non riuscirete ad annoiarvi, ma anzi verrete coinvolti La monotonia è assente in questo delirio di acid rock, in cui i riff e le parti di chitarra di scuoteranno la materia grigia senza alcun ritegno. 70 e Coccige vi spareranno in orbita, Devil vi sedurrà con il suo fraseggio elettronico e malato, in cui non c’è bisogno della voce perchè vi sembrerà che le distorsioni valvolari vogliano comunicare con voi. Satan sol è più canonico del solito, ma è solo un maledetto trucco per cogliervi di sorpresa, mentre lo sciamano galattico vi porge il calumet della pace, un bong fosforescente e dai contorni evanescenti. Bjork è un pezzo straordinario, uno dei giri di basso che farebbe applaudire Scott Reeder e non sfigurerebbe neppure in blues for the red sun, ossatura di un tributo ad uno dei personaggi più importanti e amati della scena stoner. Ti faccio male e Hendel sono una dichiarazione d’intenti, contenuta nel titolo del primo brano: batteria percossa, frustata, cimbals che soffrono, wah wah e feedback che si sprecano, fuzz che devono riprendere fiato. Volete tutto questo? Allora andate qui E SCARICATEVI IL DISCO, COMPLETAMENTE GRATUITO, MESSO A DISPOSIZIONE DAGLI EX. Così sentirete pure la ghost track, da applausi facendo la verticale.

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Review “Cassiopea/Sleep” on Perkele

Frammenti intergalattici, schegge impazzite perse nel vuoto cosmico. Un fluire di Arte e Magia, che esplora a 360 gradi l’universo umano. Il collettivo Ex è questo e altro ancora. È psichedelia, è concetto assoluto, è capacità visivo sonora. È un insieme di ragazzi che attraverso musica e lavoro grafico hanno dato vita ad un progetto intrigante sotto tutti i punti di vista.
Venuti allo scoperto con un brano presente nella compilation di perkele.it “Desert Sound vol. II”, gli Ex (provenienza Bologna, ma è solo un mero dato anagrafico) hanno sfornato due dischi nel giro di due anni. Entrambi di qualità ottima. Con un meccanismo di auto produzione che li rende ancora più agguerriti (la Hot Deep Sexy Productions ha un nome che è una garanzia) sono capaci di farci viaggiare lungo le coordinate più allucinate e debordanti dell’acid rock. Completamente strumentale. La mancanza di voce non è affatto un limite, anzi: rende il sound del gruppo dinamico, intrigante, perfetta colonna sonora di un trip interstellare.
“Cassiopea” è il primo lavoro della band e concentra in 8 tracce tutta la loro filosofia. Inquietanti riff che saturano l’ambiente (“Satan sol”), fughe oniriche nei meandri dell’inconscio (“Devil”), libere rielaborazioni psichedeliche che regalano momenti di grande dinamismo (“Bjork”). Non mancano fasi più malinconiche (“70”, “Coccige”), così come slanci che riempiono di elettricità l’atmosfera (“Nuda”, “Ti faccio male”). Manca ancora il guizzo giusto per abbatterci del tutto ma “Cassiopea” già si manifesta come libertà totale da ogni vincolo, fisico e morale.
Il 2006 è stato invece l’anno di “Sleep” (il sonno della mente che genera mostri o omaggio alla storica, ormai defunta creatura di Matt Pike e soci?), disco ‘definitivo’ che rende il suono degli Ex ancora più colorato e sfaccettato. Nove brani che possiamo definire ‘hypno rock’, un concentrato – sempre personale e assolutamente creativo, è bene sottolinearlo – di Hawkwind, 35007, Ozric Tentacles e 7Zuma7. Insomma, quanto di meglio creato in ambito stoner space psych. Numerosi samples tramutano l’immaginario Ex in un ‘ordinato caos’ cinéphile: la stupenda “Olio” cita l’Alberto Sordi di Arrivano i dollari, l’iniziale “Tex” il cult di Mario Bava Terrore nello spazio (e la successiva “Bava” ne è dovuta, necessaria appendice), la trascinante “Agguato” Il conte Dracula di Jess Franco. “Montezuma” è un imponente colosso che rode mente e corpo, “Buffalo” profuma di notte e deserto (come solo Brant Bjork e i suoi fratelli sanno fare…), “Orso” graffia con un riff unto e delle ritmiche impazzite. Il gran finale si alimenta col delicato andirivieni lisergico di “Ritorno a Morfeus” ed esplode grazie alla mattanza di neuroni che produce “”Roncio”.
Concludiamo con la ciliegina sulla torta: i due album in questione sono scaricabili gratuitamente dal sito del gruppo. Cosa chiedere di meglio? Avanti, sparite e cadete nel crepaccio…

Alessandro Zoppo

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Review “Abuse” on SLudge Swamp

Today a band that we know and appreciate, the hypno psych rock band EX, from Rome, officially releases a new album. The new effort is called Abuse.
Yesterday evening I received the gift from the dangerous duo, the band’s guru, Ex aka Eugenio Di Giacomantonio, and Perkele’s guru Stoned Wizard, aka Alessandro Zoppo.
(Btw, Ex is a busy rocker , as he is also behind the psych doom band Mahatma and the psych garage band Turbomatt.)
Here are the “release notes” for the new album written by Stoner Wizard:

“Abuse, the fourth full length effort by Italian instrumental heavy psych hypno band Ex, marks a great leap forward in the evolution of their sound.
What initially was characterized as “simply” psychedelic or acid rock has now developed to some kind of kinematic desert hypno sound where the band no longer is afraid to use gloomy and intense harmonies.
Eugenio Di Giacomantonio is the man behind the band.
Ex went into the studio during 2010-2011 with the intention to do a recording of nine songs he had written since the release of his last same title album. It later turned out that a whole year would pass before he returned to the world outside with what people have heard Ex himself describes as his «Ennio Morricone scores meet Yawning Man».
Ex played all guitars, basses, organ, violin and samples; drums and some bass lines were played by friends and special guests. As hard record as it is do describe, as easy it is to love.
Enjoy the sonic monstruo!”

So the album is a creature by musician Ex, mainly, with the collaboration of a few friends and guests.
The presence of Stoned Wizard, who is a serious expert of both psychedelic music and cinema, is not casual here, as you will hear, because the new album by EX blends trippy tunes and samples from movies, especially vintage Italian movies.
It is a pity that the spoken samples, in Italian, and often with strong accent, chosen as intros to songs won’t be understood by non-Italian people.
It’s a pity because they are brilliant and very intense. However the choice of the samples has been quite effective even if only sound-wise. And these movie intros create a striking contrast with the definitely soft music following them.
The meaning of these intros is related to the fact that the new release is a concept album about “abuses of power”.
The album includes nine long tracks with an “official” title and a sub-title indicating the type of abuse.

1. INTRO (abuse of power)
2. VELVET & LATEX (abuse of sex)
3. CAPITAL DESERT (abuse of virility)
4. GOD’S SPIRIT (abuse of religion)
5. ABUSE (abuse of police)
6. GOOD WOMAN (abuse of confidence)
7. INTO YOU (abuse of friendship)
8. CHANGE’S BLUES (abuse of ozium)
9. WANDERING MOUNTAIN (abuse of personality)

The samples from movies employed as intros make you uneasy both for what the actors were saying and how they said it. They speak about old and new forms of fascism and oppression, personal violence, selfishness, hyper competition, desperation, mind control, sadism, etc.
The music accompanying the dialogues is quite surprising as it is rather soft and often hypnotic, mixed acoustic and “electric”, with many different sounds, related to the variety of instruments employed. Definitely “kinematic desert hypno” rock, as Stoned Wizard wrote.
I was wondering why an album dealing with “abuses” is lead by such a delicate music, but I guess the hypnotic character of this sounds may hint to the fact that abuses may start mellow and can make you numb.

Well, as with the previous releases, the new hypnotic album by EX is available for free download, both at the link below and also, soon, in the band’s new offial website.
A limited number of solid CDs are available for purchase for a few bucks. They are very pretty, mini vinyl-looking CDs, with cool psychedelic cover arts.
At the new website, which is amazing and very “cinematographic”, you’ll also find the other releases, the previous albums by band EX: the self-titled album, Sleep and Cassiopea.

Thanks, dudes!

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Review “Abuse” on Mr. Atavist

A lean and muscular outing into the Italian desert, Abuse is the 4th outing from Ex. Basically a one-man army of guitarist/ringleader Eugenio Di Giacomantonio, Ex delivers a dry, no-frills platter of psych and desert tinged rock that “Ex himself describes as his ‘Ennio Morricone scores meet Yawning Man.‘”

The sinewy melancholy of Velvet & Latex leads to the road-trip worthy stomp of Capitol Desert just as naturally as the hypnotic snaking of God’s Spirit bleeds into the lamenting threat of Abuse. Ex may come across as methodical, but it’s really more purposeful in it’s stripped down production, playing and even in the sequencing. Rather than going for gloom or menace, Abuse wanders out into the haze with a forlorn weight on it’s shoulders, a whiff of the solitary, brought full circle with closer Wandering Mountain. You can check Abuse, all things Ex, and some eye candy at home-base ExLab.

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Mahatma

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Review “Mahatma” on Belegurth.com

Mahatma is a stoner/doom metal band hailing from Italy. Omonimo is their first release and hell I must say it doesn’t sound anything like an album from a fresh band. They have shown a lot maturity in this release. It’s very trippy and clearly a pot smoking stoner metal.

There are six lengthy tracks in this album all starting with the letter M for some reason. Monoritual is the first; very spacious and heavy guitar riffs kicks off the track that are deeply inspired by Black Sabbath. Throughout this entire track I was longing for the vocals to begin but it never came. Then I came to know that Mahatma is an instrumental band. I thought they would be great if they have someone singing like Matt Pike. Anyhow, this whole album is riff packed and flows on with psychedelic guitar reverberations that would please any fans of this genre. Mud Star is like almost listening to Black Sabbath without the vocals. By now the listeners will know what they are in store far. Its simple plain traditional doom metal with psychedelic elements interspersed evenly.

Maharaja’s Dream is truly a very dream like song that would put the listener in a psychedelic trance. It’s one of the best psychedelic songs I have listened to lately. It gets slower and slower with amazing usage of feedbacks. Murder Demons sinks you further deep into the psychedelic chamber. But it changes too often to mess up with your brain so it may not do as good as the previous track for you. The mood change was a big surprise for me (it may be different for other listeners). I enjoyed it though. The shortest track in the album Mongoose Vs. Cobra is a total Sleep’s Holy Mountain worship, which itself is a Black Sabbath worship. The title track finishes off the album with some mind blowing loose guitar playing. The album by now reaches a spiritual stage and takes in everything. It is more of a feeling than listening.

Experience this great album even though if you are not a fan of doom metal. After all, every metal fan should listen to any Black Sabbath worship. So it is absolutely recommended for all the fans of metal.

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Review “Gilgamesh” on Belegurth.com

The second album is out and it is called as Gilgamesh, which revolves around the ancient MesopotamianEpic of Gilgamesh. Mahatma set-up a high anticipation with their first release and they didn’t disappoint at all with the new one. Another heavy psychedelic stoner doom metal release. It is so unadulterated with down tuned guitars and minimal distortion, no funny business. I listened to this plenty of times before writing this, however good I felt about this release, I still felt I am missing the vocals. Just that in addition will put this band in the lines of bands like Sleep, High on Fire etc.

There are about six lengthy tracks in the album, starting with Blood On Uruk. Ultra-slow and ultra-heavy riffs marks the characteristic stoner/doom metal. The track is not filled in with like tons of riffs but it is kept simple and repetitive to build a patterned mood. The occasional pauses and distortions add well to the trip. The album title track follows next, it straightaway starts showing the variations from the first track. It is a definite positive sign to move ahead with the album. It kind of revivifies from the mood set earlier and mostly moves ascending throughout. The middle part, around 3:40 mark of the song when the guitar processor comes into play, it’s so fucking mind-blowing. The entire song is a happy journey, unlike a typical gloomy doom metal.

Enkidu’s End now slows down the album again, just the perfect way to play with your brain, one minute you are in all smiles and then the next minute you sink into a spiral depth. And you still enjoy this flight, this is where Mahatma succeeds. Though the songs are well diverse, they still cling on to your mood. Again, the way guitar processors are used in this track is simply impeccable. The drums and bass guitar stands out well in this track, may be because of the slowness. A perfectly done ultra-doom track. The fourth track The Secret of Immortality is so fucking evil right from the beginning. It is in a way chilling and callous that incriminates a lonely feeling. Nevertheless an enjoyable track, unless you are in a paranoid trip.

There is some ray of hope in Find the Sacred Herb. It’s very emotional gives an organic feeling. The last track The Final Decline is when everything comes down descending into the underworld, loss of hope as the back cover art of the album indicates. Dejected and left-alone mood again, slowly treads and finally ends like an impassable barrage, might be the final feeling before the death.

In my first paragraph I said I missed the vocals in this album. But If I really think about it Mahatma is mounting a new style of stoner doom metal that completely speaks on just instruments alone. They don’t really need a guy singing to tell you the story. It is very clear after all.

Morgoth

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Review “Gilgamesh” on Sludge Swamp

Oh, it’s about time that I post the new album by Mahatma, one of the most interesting Italian underground bands, and one of the acts that kindly contributed to the Swamp Comp Vol. II.

Mahatma are a psychedelic stoner-doom band from Bologna, the beautiful historical town in Northern Italy famous for its towers, its wonderful and rich cuisine and for the most ancient university in the world (over 1000 years old).
The line-up of this still unsigned instrumental band consists of Tommy (bass), Ex (guitar) and Carlitos (drums).
The Swamp also hosts Mahatma’s first album, the 2009 self-titled a.k.a. “Omonimo” album.
So you, swampers, already know this band and its cool, heavy and trippy atmospheres.
Well, Mahatma released a new album, Gilgamesh (2010), six tracks for almost one hour of mind-warping psychedelic doom travel.
By listening to Gilgamesh you can feel that Mahatma guys like to build up obscure and oppressive, Sabbathian to Wizardesque atmospheres through their distorted and reverbered guitar sounds, although the trippy, hypnotic desert-stoner component enlightens the overall heaviness of sound.
A reviewer on an Italian cult music magazine (Rumore), effectively tagged Mahatma’s music as “manthra stoner played in an iron foundry” …
How true!
The love for psychedelic, smoked atmospheres is maybe a consequence of the fact that there is a strict relationship between Mahatma and the heavy psychedelic band EX, which, you swampers, also know quite well.
The album is cool indeed and varied, as you pass from tracks dominated by obscure doom tunes to tracks where you get lost in the desert or else in space, and there’s always a nice weedy smell lingering on your fingers … And, well, when a track is called “Find the sacred herb” …

The new trip, ops, the new album is generously shared by the band for free download on their myspace (I’m using the band’s link below), together with their previous album.
If you want to support the band, first of all, as always, you may show some love in the comment box, and then you can buy the CD digipack for just 5 euro by writing to the band at this e-mail address or through myspace.

Get blown away by this new massive dose of trippy dope

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Review “Mahatma” on Darkside.ru

Дебют итальянцев, именующих себя Mahatma, удался на славу. Невероятно зрелый для первой работы – превосходная сыгранность, цепляющее наполнение, глубокая атмосфера, отчасти теплая, туманная (воображение рисует полную дыма комнату – чердак, гараж, что угодно, главное, тесное, мрачное, но все-таки уютное), немного печальная и отстраненная. У музыкантов опыта за плечами должно быть предостаточно, в ином же случае на ум приходят самые смелые предположения – начало ведь прямо-таки идеальное, никакого тебе лицемерия или дешевой проходной подделки. Во всяком случае, единственный критерий, по которому можно хоть предположить, что альбом дебютный – это качество записи. Впрочем, и подвальный звук здесь как нельзя кстати: обволакивающий, смягчающий шум только красит общий саунд, альбом кажется на сотню процентов настоящим в выражении эмоций, побуждений и идей, о которых, на самом деле, можно только догадываться – все композиции инструментальные, никаких вступительных фраз, выкриков или киношных сэмплов тут нет. Разнообразные новшества и открытия тут тоже отсутствуют. “Omonimo” – квинтэссенция стоунер-дума, ничего лишнего, только пылкие качевые риффы, приправленные светлой грустью, да неприкрытый энтузиазм. Если припомнить похожие команды, то кроме не то что естественных в качестве аналогов, а вовсе необходимых и незаменимых Black Sabbath и групп вроде Sleep, стоит упомянуть и схожесть с Om, которая выражается в некоем налете миролюбивой восточной религиозности. Замечательное вступление в мир музыки, хоть и не слишком ощутимоe.

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Review “Gilgamesh” on Debaser

I tortellini, le tagliatelle al ragu, il friggione, San Petronio e i colli.

Loro sono tre: Tommy, Ex, e Carlitos; basso, chitarra e batteria. Sono tossici e neri come gli Electtric Wizard, però mangiano lasagne invece del porridge.
Omaggiano i Sabbath dalla cima della torre degli asinelli e non cantano: la bocca la usano solo per masticare tigelle e limonare universitarie.

Perchè Bologna è piena di universitarie mica solo di portici.

Sbarbe, erba e musica nera.
E arriviamo sempre lì, alla plumbea psichedelia dello stoner doom. Sì, ma siamo in Italia, e non è poco.
E non è poco neppure il paradiso artificiale che si cela dietro il cd in questione: sei tracce per quasi sessanta minuti di caduta libera, un tripudio di chitarre dense di riverberi e distorsioni, suoni le cui radici sprofondano nel desert rock, atmosfere lisergiche e un pizzico nostalgia.
Fra pesanti flussi sonori (“Blood On Urok”),  oscuri mantra granitici (“Gilgamesh”) e qualche richiamo blues (“Find The Sacred Herb”),  l’anima della rossa Bologna si scopre buia e ipnotica.

Gustosi quanto un piatto di lasagne o un bicchiere di pignoletto fermo.

Sedetevi a tavola, infilate il tovagliolo nel collo della camicia e buon ascolto.

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Review “Gilgamesh” on Metalnews.de

Von überproportionalen Werbekampagnen für Ware, die mich nicht interessiert, halte ich genauso wenig wie von Musikern, die Monate im Voraus herausposaunen, wie geil sie ihre neuen Songs finden, die sich dann zumeist als absolute Rohrkrepierer und Bauernfänger entpuppen. Um mich zu begeistern, bedarf es viel weniger. Zum Beispiel eine kurze Mitteilung, dass ein Album einer meiner Lieblingstruppen fertig ist. Oder die Empfehlung eines geschmacklich auf derselben Wellenlänge mitschwingenden Freundes. Letzterer Fall brachte – wie so oft – ein wahres Kleinod ins Haus, das als Dank für die vielen schönen Stunden meine Werbetrommel pauken lässt.

Aus dem Land der Premierminister ohne Scham grüßen MAHATMA, deren neuer Lp-Streich “Gilgamesh” stilistisch auf eindeutige Referenzen verzichtet. Man geht ausschließlich instrumental vor und ergötzt sich an ausgedehnten Jams, welche zumeist auf ein oder zwei Ideen basieren und im weiteren Verlauf mit psychedelischen WahWah-Orgien von Gitarrero Ex verfeinert werden. Die atmosphärische Bandbreite ist angesichts der Ausgangslage sehr groß ausgelegt worden: Von an MY SLEEPING KARMA erinnernden, meditativen Klangreisen wie bei “Enkidu’s End” über bedrohlich flirrende Angstmacher [“Secret Of Immortality”], ja sogar sehr entspannt dahin galoppierende Laid-Back-Nummern der Marke “Find The Sacred Herb” findet sich von minimalistisch gehaltenem Stoner Rock bis hin zu heftigen, obskur vibrierenden Doom-Nummern so ziemlich jede Nuance, die potenziellen Hörern dieser Platte gefallen könnte. Trotz aller nötigen Transparenz – um sich nicht den “Klingt wie Matsch”-Vorwurf gefallen lassen zu müssen – klingt “Gilgamesh” zudem angenehm verraucht, mysteriös, in gewisser Weise auch ungreifbar.

Das Beste an diesem einstündigen, auf CD festgehaltenen Trip ist jedoch, dass er nicht nur nie langweilig wird, sondern in Digipak-Form schlappe fünf Steine bei der Band kostet. Und mal ehrlich, was kann man da schon großartig falsch machen, wenn einem die Samples auf dem Myspace-Account von MAHATMA zusagen? Genau.

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Review “Gilgamesh” on Perkele

L’epopea di Gilgamesh, mitologico re dei Sumeri, ben si presta alla trattazione di genere. Ne aveva fatto un naufrago spaziale precipitato sulla Terra Wilson Tucker in “Signori del tempo”. In maniera simile i Mahatma prendono le caratteristiche proprie dell’epica mesopotamica (i tempi oscuri e senza alcuna speranza) e le adattano ad un concept album in totale atmosfera doom. Dolore e sangue scorrono nelle sei tracce di un disco (il secondo per la band capitanata dal “turbomatto” Ex) che si apprezza dopo ripetuti ascolti. Perché i primi ti lasciano basito, diviso tra innocenza e stupore. Ripetizione dopo ripetizione i suoni scarni e “garage” (in tal senso irrobustirli ulteriormente potrebbe essere l’ideale passo in avanti) rapiscono e fanno immergere in un universo psichedelico nero e distorto.
Un turbinio di sensazioni forti che parte dalla paralizzante asfissia di “Blood on Uruk” e prosegue con il riff infinito, meraviglioso della title track. La lezione degli Sleep assorbita e risputata con somma eleganza. “Enkidu’s End” è un commovente torrente acid rock, un brano dilatato fino all’inverosimile e caratterizzato da nuance visionarie. “Secret of Immortality” è riff circolare, mistero e terrore, dai padri Black Sabbath ai figli Electric Wizard: rappresentazione perfetta di Utnapishtim, re di Shuruppak “che ha visto la vita” ed è sopravvissuto al diluvio universale. “Find the Sacred Herb” – forse il miglior brano dell’intero disco – fa tornare alla memoria i signori dello psych rock strumentale 35007 e gioca di rimandi con i tempi di Hawkwind e Pink Floyd. È terreno fertile per il gran finale di “The Final Decline”, un rituale cinereo ed aspro, tanto lontano nel tempo quanto vicino alla realtà odierna.
È proprio questa la forza dei Mahatma, colpire nel punto più inaccessibile il cuore della decadente contemporaneità. Non resta che una soluzione contro la crisi, ascoltare questo disco. E attendere con impazienza il ritorno di Gilgamesh.

Alessandro Zoppo

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Interview on Metalnews.de

Hails Ex! Since biographies are a boring read most of the time, let’s skip that part. However, it would be interesting to know how you found the style you’re playing now and how the three members of the band got together.

Ciao Amikkus! Mahatma was born in Bologna in 2007. We all come from different experiences but in this project we share our passion for slow and down-tuned sound, heavy and hypnotic rhythms. The fundamental idea is «less is more»: the concentration on a few sound elements produces better effects on the psyche of those who listen to us. And even on our own!

You’re coming from Bologna in Italy, a country that brings forth more and more interesting Stoner/Doom projects, one of them being BLACK RAINBOWS for example. How much of your country and/or your immediate surroundigs can be heard through your music, if you can name any at all?

The Italian scene is really cool. It’s all about our variety. We especially appreciate those who experiment with an instrumental heavy psych concept as L‘Ira del Baccano from Rome (as Black Rainbows), Squadra Omega, Ekeskog, Da Captain Trips, King Bong, Manthra Dei. The first wave of Italian bands (1995 – 2000) was definitely the most creative and we like to remember as a seminal acts bands as Hogwash, That‘s All Folks! and Acajou. Nowadays a lot of bands play live and record albums; for a full update you can refer to the excellent Italian stoner doom psych portal Perkele: www.perkele.it.

We want to point out that we all have the courage to bring our band around the psych verb in a peninsula that in this cultural side shows to be completely deaf. And we want to dedicate a special report to the mythical EXP, a band (now disbanded) who recorded “Pachamama”, still unsurpassed album in his genre. Pure freedom of expression!

Was your band name inspired by Mr Gandhi himself or did other events influenced you? What elements does this name want to emphasize in your music?

The name Mahatma is a link to our music conception, it’s the spirit of our music. The sound has a natural evocative power that transcends the reality and allows you to run away and escape. The aim behind Mahatma is doing a search within themselves.

Another important reason for the birth of the project was the music of Black Sabbath, of course!

What does it take to be a member of MAHATMA, why do you hold on to this band? If you had to recrute new musicians, what specialities do they absolutely have to come up with? Is there any special trademark that no other band except yours has?

Well, I think that you can find it in the completeness of the people, in how he/she behaves, what he/she likes, what he/she hates. Becoming a member of Mahatma is not necessary about being a professional musician or having incredible academy résumé: just having the good vibes that would fit well with the rest of the band. Overall you can say that we are more interested in own people’s quality rather than to the skills as a musician.

Now, as musicians, who are your personal influences with regards to your writing style for music?

I really love to approach guitar in a rough! I often don’t use tunes, I try to seek solutions by my personal feelings. But I have to recognize that the primary influences that have approached me to the guitar are Jimi Hendrix, Tony Iommi, Leigh Stephens (Blue Cheer!) and, even if indirectly, Robert Smith and Thurston Moore.

Would you say that you work as a collective on the songs you create or does it all come down to the individual work of one or two guys within the band? Does the method of songwriting change from song to song or do you go by a strict “formula”?

It could be a banality but Mahatma are a power trio that writes its music as a (power) trio. There wasn’t one time when one of the band members come to rehearsal with a riff ready and well done. It all starts from power amps and from that initial buzz. It’s all created after that sound, layer by layer: so this the magma of sound that belongs to us. We record everything we play and it’s always difficult to catch the magic feeling that you have created the first time re-recording for the second time the same tune.

In 2009, you released your first s/t album. How do you recall the process that went into the tracks itself? Is there anything that would do otherwise now? Which songs still hold up to your quality standards of today and would have made it on “Gilgamesh” too hypothetically?

Our first album is like a baby who takes its first steps. There are the joy of discover ourselves, the curiosity, the satisfaction of creating a sound that until then was only into ourselves. There are a lot of mistakes, of course! „Gilgamesh“ is our maturity: we are aware of our possibilities and our direction. It’s the beauty of the continue growth and the eternal change. Mahatma is not the typical band that records the first great album and then falls into easy satisfaction. We are exactly the opposite. As the Beatles! 🙂

How has the reaction during your live concerts turned out so far when it comes to your tunes? What do fans love the most about you? Any bizarre situation that involved a fan?

It’s strange to see a great involvement during our live gigs, especially for an instrumental band. There’s no chorus lines to sing out loud! The kids raise the horns up to the sky and they are carried away by the psychedelic trip!

We lived a bizarre situation during a gig in Bologna, at the Lazzaretto Venue, a squat where we played with other bands in a festival. We played at 4 am; after the fourth song, a really stoned girl came on the stage and taking advantage of the microphones on, she improvised in some ways her lines on our notes.

The result was very close to the experiments of John Lennon & Yoko Ono on “Wedding Album”! Crap, it sucked!

On to “Gilgamesh”, what was the premise for this new record? Just get better in every way or more than that?

The idea behind ‘Gilgamesh’ is to represent the myth through the music, through the highlights of the Twelve Tables. The story has many aspects of incredible topical interest: it’s a story about friendship, abandonment of care things, trips and research.

All that elements that each one of us meet in his own life, during our path. We hope that we have done a good job and that through our music someone could come close to this figure who has still much to teach to everyone.

How long have you worked on “Gilgamesh” when all is said and done? Which ideas took the longest to take their final shape, which were done quickest?

The approach was easy: we thought long about the concept and played it in two sessions. The best things in life follow this pattern!

Then we worked on the mixing and mastering that took almost a year to our bassist Tommy… Tom, you are a brother for what you’ve done on this stuff!

What does it generally take for a song to be part of one of your albums? What feeling/vibe does it have to bear throughout its whole length? When do you “know” if a song is good or not good enough?

If your composition fits to your mood, well… then the song will be sincere and it certainly will work! Don’t be afraid to taste sadness, anxiety and your inner demons when you play. That’s our rule! If you need 15 minutes to go through these feelings that are inside you, don’t you worry, there will be always a listener who will follow your way because it is or it was his way too!

Were there any arguments about what arrangement to use next for a certain album, who gets the most volume in the final mix and so on or are you really a unit with one genuine musical direction you all want to perceive?

In instrumental music there is not a star, a leader with his instrument, because all the three parts, bass drums and guitar, have a role of supporting actors. Everyone has understood the essence and the importance of the other in the composition mix and everyone contrubuted putting his own into our music. No discussion! Mahatma don’t belong to anyone of us! They are at a higher level!

How did the artwork for “Gilgamesh” come together?

I am a professional graphic designer, so I worked on the group’s image except for the first album, whose cover was a work (oil on canvas) made by Alberto Badas aka Spaiderino, who is a friend and a brother! It was easy to do a search once the path was indicated. And as a fan of heavy psych doom scene and imaginary, the image of a myth written in blood and ominous fate was the best. 🙂

How big are the chances of seeing you live soon? Tell potential bookers by means of this interview what do you generally need or demand in order to play a gig anywhere. What bands would you like to play with?

We’d like to play with amazing Colour Haze, because we share the same thoughts about music and feelings. We’d like to do live shows throughout Europe too, perhaps with the brothers of stoner doom: just a little, a few beers, a bed and Mahatma are there to play loud and psych for hours! 🙂

Alright, thanks a lot for your time and best luck to you and your future endeavours.

Thank you for your interest and for this chance to talk to the kids in Germany. You has always been very careful about what we call fucking rock n roll! Stay doom bros!

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Band’s Review on Bastonate.com

L’estate 2009, come del resto gran parte delle estati nei dieci anni precedenti, era cominciata anzitempo: già a metà maggio si crepava di caldo fin dalle prime ore del mattino, una cappa di umidità asfissiante e impenetrabile avvolgeva costantemente la città come un sudario e gli unici momenti di tregua erano – quando andava bene – quelle due-tre ore nel pieno della notte in cui, se si era particolarmente fortunati, arrivava pure ad alzarsi una lievissima brezza. Nel tentativo di tornare a respirare per un po’, scappavo al Lazzaretto ogni volta che potevo. Il Lazzaretto è stato la mia seconda casa, oltre che il migliore centro sociale che Bologna abbia mai avuto (di quelli che ho fatto in tempo a vivere perlomeno; ero troppo piccolo e troppo pavido per varcare l’ingresso dell’Isola nel Kantiere quando c’era): una vecchia casa colonica sopra un pezzo di terra che era quasi campagna, da una parte il deposito dei treni e dall’altra il verde, nessun vicino a rompere il cazzo per i volumi, concerti e dj-set quasi tutte le sere, prezzi bassissimi, orari indefiniti, clima temperato e la compagnia di persone con gli stessi interessi. È stato lì che ho visto per la prima volta all’opera i Mahatma. La cornice era una maratona di otto ore di concerti – prevalentemente crust-hardcore – organizzata i primi di giugno come costola del Festival delle Culture Antifasciste, che si teneva in un posto dove invece di problemi con il vicinato ce n’erano eccome: a mezzanotte bisognava chiudere e quindi la serata si spostava al Lazzaretto. Dopo una serie di gruppi grind tutti identici, intorno alle 5 di mattina hanno cominciato a suonare i Mahatma; la formazione era il classico power-trio chitarra basso batteria con un paio di pedali a supporto per rendere il suono (ancora più) crasso e pastoso come un tocco di hashish quando ti si sfalda tra le dita. Esteticamente sembravano una frangia ribelle di hippie appena scappati dalla comune dopo aver sgozzato tutti gli altri: altissimi e dinoccolati, macilenti come una scultura di Giacometti, calzoni sdruciti, magliette sformate che neanche l’esercito della salvezza, capelli lunghi a coprire il viso. Non ci voleva un genio per capire che la musica sarebbe stata diversa, molto diversa, dal precedente bailamme antagonista ipercinetico. E infatti bastarono un paio di riff in cadenzata successione per catapultare la mente in un universo parallelo deformato e deformante, popolato da visioni spettrali, lo stesso luogo che nei decenni precedenti è stato zona franca di spericolati corrieri tossici delle più svariate origini ed estrazioni, unico comune denominatore la propensione naturale all’esplorazione delle zone più oscure del subconscio, preferibilmente con i sensi alterati da dosi robuste di sostanze psicotrope: dai Black Sabbath ai Blue Cheer, dai Saint Vitus agli Electric Wizard fino alle cavalcate stupefacenti (in senso chimico) degli Hawkwind e le risacche acide dei primi Monster Magnet, tutta roba che convergeva nelle micidiali jam semi-improvvisate dei Mahatma, ognuna un diverso microcosmo maligno a sé bastante, sulfureo come una vecchia cava siciliana e spaventoso come una corsa a perdifiato nel buio. Non ero drogato quella notte, ma già dopo il primo pezzo mi sentivo come se avessi tirato a più non posso per ore e ore da un chillum grosso e grasso come una bottiglia di minerale. Trattandosi di un trio di doom rock interamente strumentale la prima associazione mentale a scattare è stata quella – assai prevedibile – con i Misantropus, grandissimo e misconosciuto trio di Latina autore di un paio di splendidi album pubblicati tra il 2000 e il 2002 e tirati esclusivamente in vinile; ma rispetto a loro i Mahatma inglobavano nel loro suono una componente lisergica autenticamente minacciosa e insidiosamente inquietante, pur conservando al tempo stesso una condivisa propensione alla concisione e al controllo. Il risultato, ipnotico e destabilizzante, era una serie di brani (relativamente) brevi e totalmente privi di sbracate divagazioni ad minchiam (che restano il rischio maggiore di qualsiasi musica anche solo vagamente improvvisata), un blocco di suono compatto, magnetico, atemporale.
All’uscita il sole era già alto; intercettando il gruppo per i doverosi complimenti sono venuto a sapere che quello era stato il loro secondo concerto in assoluto (o qualcosa del genere). Da allora non li ho più visti suonare; ogni tanto incontravo casualmente il bassista o il batterista da qualche parte in giro (o l’uno o l’altro, raramente tutti e due insieme), soprattutto all’Atlantide o all’XM24, spesso a orari disumani. Ho poi imparato che il chitarrista Eugenio si è trasferito a Roma, il bassista Tommy è passato alla chitarra e insieme col batterista Carlo hanno proseguito cambiando il moniker in Mother Propaganda. In questa veste li ho sentiti venerdì scorso all’XM24, in una situazione praticamente speculare alla precedente: festival lunghissimo e inizio del loro set intorno alle 5 del mattino. Nemmeno stavolta ero drogato, però non mangiavo da circa 24 ore e i visuals allucinanti (un mix di scenari ultrapsichedelici in computer grafica alternati a scene da Il mostro è in tavola barone Frankenstein) facevano il resto; la musica non è cambiata rispetto ai Mahatma, sempre lo stesso trip velenoso e deragliante e allucinatorio ma la cura nei suoni è maggiore e i pezzi più incarogniti e il groove mentale e assassino assolutamente impressionante. Una macchina da guerra, Tommy con il suo arsenale di pedali (alcuni dei quali autocostruiti) e Carlo che sente ogni colpo sulle pelli come fosse l’ultima cosa da fare prima dell’apocalisse. Come Mahatma hanno inciso due CD-R (l’omonimo e Gilgamesh, entrambi in free download sul loro myspace) ma per ora il vero viaggio è live; con qualche altro concerto all’attivo e un ingegnere del suono coi coglioni potrebbero far piangere parte del catalogo Southern Lord. In ogni caso, musica che farebbe diventare tossico anche Ian MacKaye. Una benedizione.

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Review “Gilgamesh” on Metal-archives.com

What we have here is a fully instrumental concept album chronicling the Epic of Gilgamesh. That might sound like a tough job to take on, but Mahatma turn it into an atmospheric stoner marvel.

The album consists of 6 songs and goes on for 55 minutes — being an instrumental stoner band, if you’re thinking this might get repetitive, you don’t know the half of it. Mahatma tend to create a fantastic riff and stick with it for an entire song. Blood On Uruk, Gllgamesh, and Secret of Immortality follow this pattern, consisting of exactly one riff each. It’s not as bad as it sounds. The repetition is almost hypnotic at times, and there’s a fair amount of progression to the riffs, such as the layering of instruments, that creates a strong atmosphere. The bass is always audible, which is a big plus, and the variance in the drums are part of what contribute to the songs not becoming a complete drone.

Blood On Uruk has a great riff that doesn’t get old, and while the titular Gilgamesh’s riff is memorable and equally enjoyable, it does drag on slightly. Nonetheless, it is a good track. Enkidu’s End is one of the most varied tracks, second to The Final Decline. It starts out with a clean emotional lead, brings in some chords, and gets more aggressive over time.

Secret of Immortality has an unsettling and bizarre atmosphere to it, and it’s a nice change from Enkidu’s End. Find The Sacred Herb is upbeat and has a galloping riff that sounds vaguely like Barracuda during the clean section. Finally, we reach The Final Decline, which is where Mahatma really shines. As I said before, it’s the most varied track, and it’s also one of the best. By the end it becomes an aggressive wall of power before fading out, a great end to a solid album.

Mahatma is not for everyone. The songs definitely grow on you, but if you get through the first 5 minutes and find that you’re not enjoying it, you might want to pass on the album — the songs are certainly different, but the concept behind them is pretty much the same: play a riff until it stops being fun. For people who are looking for an album to get lost in, or just some interesting stoner metal, this is definitely worth a listen.

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